Il 67° congresso Assoenologi lancia un allarme: occhio al vino cinese!
Fin’ora erano altri settori del made in Italy a soffrire della concorrenza che la Cina fa alle produzioni italiane. Quello del vino, in uno scenario non troppo lontano, potrebbe veder diventare la Cina da mercato di sbocco per l’export della produzione vitivinicola italiana a competitor dei vini nostrani. Questo è l’allarme lanciato da Assoenologi, l’organizzazione dei tecnici del settore vitivinicolo italiano, durante il loro 67° congresso nazionale, che si è svolto a bordo della “Costa Atlantica”, in navigazione tra Savona ed Ibiza.
Le tematiche al centro del 67° Congresso nazionale dell’Associazione Enologi Enotecnici Italiani sono state: gli effetti dei cambiamenti climatici sulla produzione vinicola, la crisi economica, i successi dell’export, le difficoltà di fare impresa in Italia e la necessità di razionalizzare i costi senza ledere la qualità.
La Cina è un mercato da presidiare, ma è necessario tenerlo sotto controllo, come dovremmo aver già imparato da quanto successo ad altri settori. “I cinesi si stanno attrezzando per aggredire i mercati di sbocco italiani. A dircelo sono i dati” ha dichiarato il direttore generale di Assoenoligi, Giuseppe Martelli, nel corso del suo intervento continuando “La Cina è il Paese che impianta di più al mondo ed è giunta a produrre ben 30 milioni di ettolitri di vino all’anno, poco meno della meta’ della produzione complessiva italiana. Una produzione che non potrà trovare solo sbocco sul mercato interno e che quindi dovrà trovare nuove valvole di sfogo”.
Quelli citati non sono, tuttavia gli unici elementi che non dovrebbero essere sottovalutati. La Cina sta facndo molti ed ingenti investimenti in macchinari, in tecnologia ed in know how.
Il livello dei vini cinesi, al momento, non preoccupa gli esperti italiani. Tuttavia, secondo il direttore di Assoenoligi, “le joint venture che vengono fatte tra Cina e Paesi europei ci fanno pensare ad un incremento di qualità decisamente interessante che, di qui a dieci anni, potrebbe individuare delle sfere di mercato che fanno gola anche agli europei”.
Le previsioni che Assoenologi ha cominciato a tracciare, vedono nel mercato asiatico il primo sbocco dei vini cinesi. Occorre tenere presente che i consumatori asiatici intendono il vino in modo diverso da quanto si intende in Europa. Non bisogna dimenticare che il vino cinese ha già una buona entratura del mercato europeo, rappresentata dalle migliaia di ristoranti cinesi presenti nel mondo.
Per adesso il pericolo cinese per gli enologi èlontano. Ma gli enologi dovrebbero far tesoro di quanto accaduto in tanti altri settori produttivi. L’Italia non può permettersi di dormire sugli allori e pensare di non avere problemi alle prote.
Questo per gli enologi è il momento di conquistare nuovi settori di mercato sull’estero. Il vino italiano piace e restaquello più venduto al mondo. Lo dimostrano, i dati delle esportazioni italiane, che nel 2011 hanno registrato un incremento del 12% in valore e del 9% in volume rispetto al 2010.
Roberto Gatti osserva che la Cina fa impressione e paura da un punto di vista dei numeri e ricorda che i suoi abitanti sono circa 1.400.000.000 persone. Una forza e potenzialità devastanti su ogni fronte. E continua ricordando che “gli italiani hanno cultura secolare nel settore enologico, quindi se i vini [cinesi] non saranno di alta qualità, credo che in Italia non troveranno facile collocazione”. Roberto Gatti puntualizza anche che i cinesi potranno copiare quasi tutto, ma i vitigni autoctoni italiani rimarranno sempre e solo nostri.”Abbiamo già degustato dei nebbiolo prodotti in giro per il mondo, ma il risultato è stato tutt’altro che soddisfacente”.
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