L’Italia e gli antibiotici



 

Gli antibiotici sono molto importanti, ma in Italia ne abusiamo troppo. La conseguenza? Negli ultimi anni il numero dei malati resistenti persino alle cure più aggressive sta crescendo in modo sempre più preoccupante.

L’allarme è stato lanciato da Marc Sprenger, direttore del “Centro europeo di controllo delle malattie”, durante la Giornata di sensibilizzazione al corretto uso degli antibiotici. «Il problema riguarda diversi microrganismi – ha spiegato il professor Sprenger – ma soprattutto l’aumento di alcuni ceppi di Klebsiella pneumoniae: in Italia il numero di infezioni resistenti alle cure più aggressive, in particolare ai farmaci del gruppo del carbapenem (medicinali da somministrare in vena in ambiente ospedaliero), sta crescendo in maniera sensibile».

Il dato è diventato davvero preoccupante. Finora, il problema dei “super batteri” resistenti sembrava confinato alla Grecia, ma nel 2010 la percentuale dei malati italiani resistenti alle cure antibiotiche è più che raddoppiato.

«Il pericolo è grande – ha osservato Sprenger – e in tal senso dobbiamo sfatare alcuni miti. Innanzitutto i super-batteri sono in deciso aumento e non colpiscono soltanto le persone deboli o gli anziani. In ospedale, per esempio, il rischio di contrarre infezioni pericolose è forte se il personale sanitario non è sufficientemente scrupoloso. Le condizioni igieniche sono fondamentali, dunque meglio lavarsi le mani spesso».

Ma per quali motivi i super-batteri sono così comuni in Grecia e in Italia? «In alcuni paesi mediterranei c’è un ricorso eccessivo e inappropriato agli antibiotici – ha osservato il professor Sprenger – per ragioni spesso culturali. Credere che questi farmaci possano curare in modo efficace raffreddori o influenza di tipo virale è sbagliato».

La verità è un’altra: utilizzare gli antibiotici senza scrupolo abbatte ogni difesa e favorisce la proliferazione dei super-batteri, mutati per resistere ad ogni attacco. «Come si può evitare questo rischio? Promuovendo la cultura della responsabilità tra medici e pazienti, utilizzando i farmaci in modo appropriato e attribuendo la dovuta importanza alle misure igieniche fondamentali. Poi bisogna migliorare i controlli e soprattutto sviluppare nuovi strumenti in grado – laddove necessario – di effettuare una diagnosi precoce per combattere efficacemente i super-batteri».

I ricercatori dello Tatens Serum Institute di Copenhagen hanno riscontrato che, se un bambino riceve un trattamento antibiotico all’età di tre o quattro anni, ha un probabilità di 1,84 volte più alta di avere una diagnosi di sindrome del colon irritabile, e addirittura tre volte e mezzo maggiore di sviluppare il morbo di Crohn. Probabilmente gli antibiotici favoriscano la crescita di batteri dannosi per l’apparato digerente, che poi danno vita alle patologie. I farmaci inoltre potrebbero distruggere i batteri ‘buoni’ che proteggono l’apparato digerente, rendendolo più suscettibile ai problemi.

Quello di questa ricerca danese non è il primo esempio di ‘effetto collaterale’ di questi farmaci: una analoga ricerca  aveva trovato una correlazione tra l’uso di antibiotici nei primi mesi di vita e la comparsa dell’asma.

Se gli antibiotici non hanno più effetto, con cosa dovremmo curarci? Allora non sarebbe meglio lasciare gli antibiotici per quando ne abbiamo veramente bisogno?

Gli antibiotici devono essere impiegati responsabilemente unicamente quando ce n’è bisogno e quando vengono prescritti dal medico.

Published: aprile 5th, 2012 at 1:01
Categories: salute
Tags: